23255

Il bullismo, cause e strategie di intervento

Di | Categoria: Educazione bambini

Quali persone dovrebbero trovare sul loro cammino i ragazzi che sono in crescita? Chi deve intervenire quando fanno degli errori? Naturalmente dovrebbero intervenire i genitori, ma anche la scuola perché essa è rimasta uno dei pochi spazi di aggregazione dei giovani dove possono trovare degli adulti che svolgono un’opera educativa. Non ci sono attualmente molti altri spazi per i ragazzi: c’è ancora la parrocchia, ma non per tutti e poi il suo ruolo è diminuito; gli altri spazi (discoteche, concerti, cinema…) sono di tipo commerciale; poi c’è la televisione, ma non coinvolge direttamente i ragazzi. Non restano che la famiglia e la scuola, soprattutto la scuola che è un ponte fra la famiglia e la società e quindi si trova a gestire dei giovani che stanno crescendo e che devono imparare molte cose ancora tra le quali, molto importante, come vivere in mezzo agli altri, come socializzare non solo con quelli che ti assomigliano, come i familiari, ma anche con i “diversi da te”.

In passato le classi erano più omologhe, se così si può dire, mentre oggi all’interno di esse, a scuola, ci sono ragazzini molto diversi sia come provenienza sociale – benché si dica che non esistano più le classi sociali, in realtà ci sono ancora – che come provenienza culturale, religiosa, etnica e geografica. Questa diversità pone inevitabilmente dei problemi, anche se ha degli aspetti positivi, perché può essere osteggiata o rifiutata. Molti hanno paura della diversità e reagiscono in maniera aggressiva, oppure ripiegandosi su di sé. Ciò richiede un forte impegno, un lavoro quotidiano per aiutare i ragazzi ad accettarla. Non è più sufficiente insegnare: ai docenti si richiede di occuparsi anche delle relazioni e della socializzazione. Molti di loro ribattono dicendo di non essere in realtà preparati a questo compito, oltre ad avere spesso le famiglie schierate contro. Quest’ultimo, in verità, è un problema differente che deve essere analizzato e risolto in altro modo.

Alcuni decenni fa c’era un’alleanza non detta fra la famiglia e la scuola per cui, anche se i genitori pensavano che l’insegnante avesse torto non sarebbero mai intervenuti contro di lui, sia perché intimiditi dalla scuola e dal proprio scarso livello culturale, sia perché ritenevano che il contrasto avrebbe provocato delle difficoltà di integrazione al figlio che si sarebbe trovato tra due fuochi. Oggi molte famiglie non accettano, o contestano, o intervengono a favore dei propri figli anche quando questi sbagliano perché si sentono messe sotto accusa, senza considerare che i ragazzi possono fare una serie di errori per motivi diversi, legati al processo di crescita. Talvolta dietro i comportamenti sbagliati c’è una carenza della famiglia, altre volte immaturità dei ragazzi. Qualche volta la famiglia ha assolto lodevolmente il suo compito e tuttavia il ragazzo è violento nei confronti dei suoi compagni, perché si scopre più forte degli altri, o perché non ha davanti a sé soltanto i modelli familiari ma anche altri modelli che vengono dal di fuori della famiglia.

Le violenze più o meno gravi fra i ragazzi, in realtà, non sono una novità, sono sempre esistite, solo che oggi le tolleriamo di meno e notiamo che sono in aumento per ragioni diverse soprattutto a scuola dove è venuta meno quella disciplina che un tempo sanzionava immediatamente gli atti aggressivi tra compagni e il ruolo dell’insegnante non era messo in discussione. Bisogna anche dire che i giovani hanno una visione dei comportamenti violenti abbastanza diversa da quella degli adulti, sembrano divertirsi nelle situazioni di sopraffazione e la maggior parte di loro ha difficoltà a mettersi nei panni della vittima, di quello che viene perseguitato, e questo anche per questioni legate alla maturazione e alla crescita.

L’adulto vede gli effetti negativi, non ha lo stesso punto di vista dei ragazzi e, allora, ha il compito di far loro capire come in realtà possono danneggiare un loro compagno, di far loro comprendere che quello che intendono come divertimento per l’altro, la vittima, non lo è. Ci sono tanti modi per insegnare questa distinzione ai ragazzi, purché si voglia intervenire con prontezza e dedicare anche del tempo a questo problema. Alcuni insegnanti non sono pronti per questo tipo di intervento, ci sono però gli psicologi preparati in quest’ambito che dispongono di una serie di tecniche, per esempio la peer education, cioè si coinvolgono gruppi di ragazzi i quali cercano di sensibilizzare i bulli.

Non è semplice definire il bullismo. Intanto escludiamo che con tale vocabolo si intendono le violenze estemporanee, che possono essere anche gravi nella scuola e vanno ovviamente sanzionate. Al contrario è una forma di violenza che continua nel tempo e, in senso stretto, si intende una persecuzione vera e propria che è molto simile al mobbing che può avvenire nei luoghi di lavoro. Fra i ragazzi, soprattutto quando sono maschi, il bullismo può essere sia di tipo verbale, basato su insulti, canzonature, maldicenze, emarginazione di qualcuno, che di tipo fisico. Qui c’è una distinzione tra maschi e femmine: è molto più facile che il bullismo verbale abbia luogo tra le ragazze, mentre quello maschile è spesso di tipo fisico, anche se non è escluso l’altro. Difficile sapere quale dei due è più dannoso. A volte, i ragazzi preferiscono risolvere le questioni a livello fisico piuttosto che essere presi in giro, canzonati, insultati e così via.

È necessario poi distinguere le normali schermaglie fra ragazzi dal bullismo vero e proprio: nella lotta per gioco, negli scherzi, nei dispetti che ovviamente sono tutti differenti dal bullismo, c’è una certa reciprocità e non c’è un ruolo fisso. Anche gli altri ragazzi comprendono la differenza e, in genere, ridono o scherzano. Nel bullismo c’è un ruolo fisso: il bullo è sempre lo stesso, la vittima pure, e questo nel tempo può essere molto dannoso sia per l’una che per l’altro. La vittima impara via via ad entrare in questo ruolo che modifica l’immagine che ha di sé, incomincia a chiedersi che cos’è che non va in lei, perché se la prendono con lei, diminuisce l’autostima, aumenta la solitudine. Il bullo ha successo nei confronti della vittima e, proprio per ciò, tende a ripetere questi comportamenti, a provare gratificazione negli atti violenti e alla fine a consolidarsi nel ruolo.
Gli studi condotti in vari paesi, fra cui l’Italia, ci dicono che il 30-33% dei ragazzi che erano bulli a scuola poi diventano dei criminali in seguito. Questa ulteriore conferma ci spinge a intervenire tempestivamente, sia per non danneggiare la vittima sia perché il bullo non si abitui e non entri definitivamente in questo ruolo.

Sulla scena degli atti di bullismo non ci sono solo i bulli e le vittime, ci sono pure i testimoni che sono tutti gli altri ragazzi che vi assistono, che sanno cosa accade ma non intervengono e non lo fanno per vari motivi: alcuni perché sono stati educati in maniera diversa e non farebbero cose simili; altri perché hanno paura dei bulli, anche se può piacergli di assistere a tali scene perché è un modo mediato di vivere il bullismo. Ad altri ancora, inizialmente, sembra solo uno scherzo, e non fanno niente per non essere accusati di fare la parte del moralista nei confronti dei propri compagni. Invece basterebbe che tre o quattro di loro, non da soli perché potrebbero avere la peggio, si organizzassero insieme per porre immediatamente fine all’atto di bullismo. Quando si lavora sul bullismo a scuola bisogna sempre tener conto di questi tre attori, e i testimoni sono molto importanti perché può essere la leva su cui si può agire. Queste violenze si verificano a scuola oggi forse più che nel passato perché, prima, molte avvenivano fuori: c’erano degli spazi di aggregazione dove i ragazzi si trovavano che non ci sono più o si sono molto ridotti; inoltre, a scuola, c’era più disciplina, uno stile più autoritario, per cui quando succedeva un fatto del genere l’intervento era immediato e la famiglia poi accettava le decisioni senza opposizione.

Che cosa c’è dietro gli atti di violenza dei ragazzi? Intanto c’è l’aggressività che, come l’altruismo, fa parte della natura umana. Dentro di noi c’è questa forza vitale che serve per difenderci di fronte alle minacce, alle difficoltà e anche per attaccare quando è indispensabile. L’aggressività va, prima di tutto, riconosciuta, essa fa parte della natura umana, ma non è detto che debba trasformarsi in violenza. Occorre tenere distinte le due cose: l’aggressività può essere sublimata, può trasformarsi in impegno, in voglia di fare, anche in creatività. Per esempio, se si ascoltano le sinfonie di Beethoven, si scopre in queste musiche molta sensibilità, molta intelligenza musicale, molte altre qualità, ma in certi momenti c’è pure una forte aggressività che, in quel caso, non si è trasformata in violenza ma in arte. È stata sublimata, si è mutata in qualcosa che può nobilitare sia la persona che ha composto quelle sinfonie sia noi che le ascoltiamo.
L’aggressività può diventare anche grinta, impegno, per questo alcuni bulli possono diventare anche dei leader perché hanno dentro di sé una grossa carica, solo che è male indirizzata, si esprime nel modo più primordiale, come se fosse ad un primo livello. Al contrario se viene educata può esprimersi a livelli superiori. La distinzione fra l’aggressività, questa energia interna, e la violenza è molto importante per sottolineare il valore dell’educazione nel trasformare una forza vitale in una qualità positiva, valore tanto più importante se siamo consapevoli che la violenza esercita un notevole fascino, altrimenti non staremmo a vedere certi film violenti che vengono riproposti continuamente in maniera eccessiva, a volte con crudeltà terribili.
La violenza fa succedere le cose, la violenza eccita, fa vivere emozioni molto forti, sia quando la si guarda sullo schermo, sia quando la si esercita. C’è un compenso sul piano psicologico e fisiologico, come nel caso della paura, e provando una forte emozione la chimica del nostro corpo si trasforma. Tutto questo è pericoloso perché il bullo si abitua a queste sensazioni fisiche che provengono dalle scene di violenza e da quella vissuta. Non si deve credere che sia solo una questione psicologica, sono soprattutto sensazioni fisiche.
La violenza significa anche avventura, affrontare l’imprevisto, fare qualcosa di nuovo, vincere la noia. Spesso i ragazzi sono violenti per contrastare la noia, oppure compiono atti di vandalismo. Esemplare la vicenda dei ragazzi che lanciavano i sassi dal cavalcavia nonostante fossero scolarizzati o avessero un lavoro: non sapevano come passare il tempo, come trascorrere i pomeriggi, quando non andavano a scuola. Non erano stati abbastanza educati e culturalizzati, si può anche essere scolarizzati ma non culturalizzati, e avevano attraversato tutta la scuola senza acquisire una cultura che gli offrisse degli interessi alternativi rispetto a questo atto primordiale del lancio del sasso, qualcosa che fanno le scimmie, il primo gesto, al livello più basso.
Moltissimi atti di vandalismo, moltissime violenze nei confronti degli altri vengono compiuti dai ragazzi soprattutto quando si annoiano. A Glasgow, secondo un rapporto del capo della polizia, c’è un altissimo tasso di disoccupazione, che è cresciuto molto velocemente. Più del 50% delle persone in età di lavoro, e fra di loro moltissimi giovani, vive di sussidi perché non è occupata e non sa fare cosa fare dal mattino alla sera. Lì il tasso di vandalismo è molto più alto che in altre città dell’Inghilterra o della Scozia dove, invece, hanno un lavoro e degli obiettivi.
I motivi di tanti atti vandalici sono diversi: intanto ci sono ragazzi più aggressivi di altri e di questo occorre tener conto, ma l’aggressività non è una pregiudiziale perché questa forza vitale, se educata, può dare origine a qualità positive. Poi ci sono i modelli violenti, che sono molto importanti. A volte si trovano in famiglia, come quando i padri incitano i figli a sapersi difendere, a non farsi mettere sotto, a volte gli insegnano come si fa, oppure esplicitamente gli dicono di non essere violenti e a livello implicito, con un linguaggio non verbale, con le azioni, con le approvazioni e le disapprovazioni, si insegna l’opposto. Altre volte si trovano anche all’esterno della famiglia, nei quartieri dove si vive che possono essere infestati dalla malavita, criminalità di cui sono responsabili gli adulti che trasmettono una sottocultura. Infine una gran quantità di scene di violenza che i ragazzi trovano sugli schermi. I videogiochi possono essere belli educativi intelligenti, ma l’80% di essi ha come tema la violenza che al pari del sesso, della paura e di tutte le emozioni primarie attira, cattura e quindi se ne fa un largo uso, un eccessivo uso.
Nel passato la società era organizzata in modo da dosare la violenza, adesso i media sono così pervasivi da giungere dappertutto: è sufficiente premere un bottone e vedere un filmato, partecipare attivamente inserendosi, come protagonista, in giochi talvolta molto violenti. Essi non favoriscono solo una scarica di adrenalina, ma ti insegnano realisticamente come si fa, come intervenire, come procurare un danno fisico ad un altra persona. Non bisogna sottovalutare cosa vedono i ragazzi.
Un’altra ragione del manifestarsi della violenza riguarda i ragazzi che hanno subito oppure hanno assistito a violenze in famiglia. Qui l’esito può essere duplice: molti ragazzi tendono ad identificarsi con l’aggressore, perché non vogliono essere deboli, e poi tendono a riprodurre gli stessi comportamenti sugli altri più deboli di loro che individuano come deboli, perché il bullo si sceglie la vittima, non è che si scaglia contro chiunque, la studia, capisce che può prendersela con quel ragazzo o con quella ragazza perché la vittima è isolata, non sa difendersi, timida, ultima arrivata, non ha amici, perché si offende subito e non sa rispondere per le rime.
Anche la vittima va studiata e rafforzata, perché le vittime non sono tutte uguali: c’è la vittima innocente che viene presa di mira per il suo aspetto fisico, perché ad esempio ha le orecchie a sventola, oppure ha la pelle di un colore diverso, oppure semplicemente è l’ultimo arrivato in classe e i gruppi si sono già formati. Ma ci sono anche le vittime provocatori, vittima che sarebbe un bullo se riuscisse a comportarsi come tale, a picchiare, ad avere lo stesso scilinguagnolo per offendere come fanno gli altri.
Le vittime consenzienti sono forse il caso più triste che bisognerebbe bloccare subito, perché il consenziente è uno che accetta di esser trattato male dal gruppo pur di non rimanere solo, pur di essere riconosciuto. La cosa peggiore che possa capitare ad un ragazzo è di non avere un’identità, essere nessuno, essere messo da parte, e ci sono molti casi di bullismo che si leggono sul giornale in cui non si capisce perché la vittima non si sia sottratta, ma abbia accettato di essere tormentato a lungo. La spiegazione è che così aveva un gruppo di riferimento: gli altri lo accettavano se si lasciava tormentare. L’intervento puntuale è necessario per spezzare questo circolo vizioso e far capire che certi comportamenti non sono accettabili: è preferibile la solitudine, anche se restare soli per i ragazzi è una situazione molto dura perché significa essere diversi dagli altri, non essere accettati, non valere niente. Il ragazzo deve avere molta fiducia in se stesso per pensare di valer di più nonostante gli altri non lo vogliano, deve avere delle doti per farcela.

Per contrastare il bullismo si può utilizzare la risorsa dell’educazione, qualcosa che si basa su un rapporto diretto fra persone vere, fra persone che si parlano, che intervengono, che hanno un dialogo con il ragazzo, che danno esempi, che stimolano anche ad avere altri interessi. Questo di suscitare degli interessi nei ragazzi, è un altro modo per prevenire il bullismo. Anche se non tutti i giovani hanno le stesse preferenze, si deve tentare. Lavorando con tenacia e impegno si possono ottenere dei risultati: si possono fare lavori e discussioni di gruppo in classe, ma si possono anche creare interessi culturali grazie ad attività che più di altre riescono a coinvolgere i ragazzi.
Ci sono delle esperienze significative al proposito: in Inghilterra, dove sono molto appassionati di teatro, lo usano per la prevenzione del bullismo, perché è una forma d’arte che offre moltissime opportunità: il ragazzino entra in un ruolo, ne esplora uno diverso dal suo cui non aveva pensato, poi lo cambia, osserva quello degli altri. Tutte le forme d’arte possono avere efficacia educativa. A Berlino, invece, hanno avviato da quattro anni un esperimento, a partire dalla scuola materna, basato sulla musica. Pensano che la musica abbia delle grosse potenzialità, non solo perché attiva l’intelligenza musicale, suscita una sensibilità diversa, ma, organizzando delle piccole orchestre per suonare insieme, i bambini devono coordinarsi e quindi ciascuno deve riconoscere che tutti sono importanti all’interno del gruppo, quindi il bullo deve riconoscere che sia lui sia la sua vittima sono importanti per portare a termine il brano musicale.
Si possono immaginare e fare tanti lavori di gruppo, tante attività che hanno valore di prevenzione per creare un ambiente collaborativo tra i ragazzi nell’ambito della classe, nell’ambito della scuola, l’ambiente per eccellenza nel suscitare interessi culturali di tipo diverso e nel favorire la crescita dei giovani. Quando i ragazzi sono attivi e partecipano, si ottengono degli ottimi risultati, se ci sono atti di bullismo si può intervenire a posteriori in vari modi, con delle tecniche, ricorrendo anche alla punizione o alla minaccia di punizione, ai colloqui, che possono essere tipi diversi di intervento. La punizione, nei casi in cui non si ha molto tempo per gestire la situazione, è comunque un segno di attenzione.
L’errore che l’educatore non deve commettere a scuola è mostrare disinteresse, opporre un muro di gomma, perché i ragazzi, anche se loro stessi non lo ammetteranno mai, non accettano la disattenzione e allora, in questo senso, la punizione è un segnale potente, sia pure ad un primo livello. Spesso i ragazzi fanno delle azioni provocatorie, proprio per vedere fin dove possono spingersi. Da questo punto di vista è sbagliato un eccessivo buonismo, perché è il menefreghismo dell’adulto, molto semplice da mettere in atto. Invece se si occupa una posizione da adulto, da educante in famiglia e a scuola, si deve assolvere bene il compito: indicare delle regole, mettere dei limiti. Sbaglia l’insegnante che si mette sullo stesso piano dei ragazzi, che vuol essere loro amico, i ragazzi hanno già i loro amici, mentre hanno bisogno della figura di uno scocciatore che dice cosa non si fa, ricorda quali sono le regole e deve esprimere fiducia allo studente relativamente alle capacità che lui ha di miglioramento. I ragazzi, dal canto loro, si aspettano inconsciamente che qualcuno metta loro dei limiti, altrimenti non sviluppano nemmeno dei limiti interni.
Un educatore di strada di Parigi che lavora nelle banlieu da circa quaranta anni scrive di come l’esperienza di un sociologo sia differente dalla sua. Lo studioso capisce perché un certo ragazzo può comportarsi male per aver avuto una famiglia problematica, o perché vive in un quartiere difficile, e la spiegazione che dà di questi fatti è importante perché dovrebbe servire al politico per intervenire. L’educatore deve avere un’ottica assolutamente diversa, cioè deve intervenire sul ragazzo, sul singolo e deve responsabilizzarlo. Sul piano educativo si deve agire diversamente. Scrive l’educatore: “Penso a quell’adolescente di quindici anni che aveva bruciato due automobili e mi spiegava che lo aveva fatto perché suo padre era disoccupato e suo fratello in prigione…” Possiamo osservare che il ragazzo sembra fare lui il sociologo a quindici anni con la mentalità da studioso del problema. Continua l’educatore: “Ho ribattuto: smettila di trovare scuse, tu hai la scatola dei fiammiferi in una mano e il fiammifero nell’altra, sei tu che decidi di accendere il fiammifero e di lanciarlo nella benzina che hai versato. Nel momento in cui prendi questa decisione, cosa c’entra la storia di tuo padre e di tuo fratello. Smettila di raccontarmi storie!” Ovviamente il nesso esiste ma chi scrive vuol fare l’educatore e non il sociologo! Conclude: “Non rispetterei quel giovane se lo considerassi soltanto come vittima del destino e come totalmente irresponsabile. In tutti gli atti esiste una parte di responsabilità personale, anche se può essere attenuata dal vissuto familiare e sociale”. L’educatore non vuole abbandonare il ragazzo in balia del suo destino e individua l’elemento attivo su cui può impostare il proprio intervento nella responsabilità personale.
Ci vuole un lavoro a livello individuale con il ragazzo, bisogna credere che in ognuno di noi ci sia una parte sensibile che può rispondere e produrre un cambiamento. “Il giovane deve sentirsi spronato e anche autorizzato a comportarsi in maniera responsabile…”. Anche a 15 o 16 anni i ragazzi hanno bisogno di qualcuno che dica loro che possono cambiare, che possono farcela, che si ha fiducia in loro. D’altronde, piacciono tanto quelle storie orientali in cui c’è l’eroe che si trova in difficoltà, in un empasse, ma c’è sempre un vecchio saggio, una madre da andare a trovare. Che ruolo ha il vecchio saggio per l’eroe in difficoltà che si sente perduto? Ha due ruoli: il primo, più importante, è che egli dice all’eroe: io ho fiducia in te, ce la puoi fare; poi gli dà un’indicazione. Un ragazzo accetta un’indicazione se sente che l’adulto ha fiducia in lui non se sente che quello se ne infischia.

C’è una vicenda di bullismo molto istruttiva: la scuola ha tollerato i comportamenti di due ragazzi in classe senza intervenire, poi i due hanno preso di mira un insegnante con atti di teppismo veri e propri: prima hanno rovinato la macchina, poi gli hanno bruciato il citofono, infine gli hanno rotto il braccio. L’insegnante è tornato a scuola dopo qualche settimana senza però fare niente. Ci sono state delle proteste dei genitori, poi degli studenti per il mancato intervento della scuola che significava assenza di regole in una comunità. La scuola si è giustificata dicendo che quei ragazzi provenivano da situazioni di disagio, erano vittime dell’ambiente in cui erano cresciuti e intervenire avrebbe significato infierire ulteriormente. In questo modo però si è persa un’occasione per educarli, per dargli una mano a tirarsi fuori da questa situazione. Dei due uno è finito in carcere e l’altro è morto di overdose dopo qualche anno.
Non ci si può limitare a guardare e a non fare niente, sono i ragazzi stessi che se lo aspettano e che vanno salvati dai propri impulsi, perché i ragazzi sono in crescita, cresce sia il loro corpo, sia il loro sistema nervoso. Il cervello è completamente maturo fra i venti e i ventidue anni, allora a 14 o 15 anni si può capire benissimo tutto, essere bravi in alcune o tutte le discipline, i centri dell’emotività, l’amigdala, è completamente sviluppata, si possono avere delle emozioni molto forti, però la corteccia prefrontale, quella che presiede al controllo degli impulsi deve essere ancora completamente mielinizzata: tutto questo significa che di fronte ad una emozione forte i ragazzi non hanno un controllo completo come può essere nel caso degli adulti e questo ci dice che un ragazzo, per ragioni fisiologiche, è in una condizione diversa da quella di un adulto quando prova un’emozione forte. Ovviamente ci sono degli adulti che non controllano le emozioni, ma nel loro caso intervengono altri fattori: la cultura, l’educazione. Per queste ragioni è importante riconoscere autonomia e libertà ai ragazzi, purché ci siano le competenze, ma anche dare loro un punto di riferimento fino ai 18, 20 anni proprio perché tendono a vivere troppo nel presente, a non immaginare le situazioni, ad agire d’impulso, rischiando di rovinare gli altri e se stessi.
Queste conoscenze sono importanti per definire meglio il proprio lavoro nelle scuole, per essere pronti e avere gli strumenti giusti, e in questo senso la figura dello psicologo nella scuola è necessaria, in particolare per certi casi di bullismo che devono essere trattati individualmente. Dietro certe storie di bulli e delle loro vittime ci sono storie familiari che non è bene portare nella classe e trattare in pubblico.
La scuola dovrebbe avere un suo programma in merito alle risposte da dare al fenomeno del bullismo da esporre anche alle famiglie all’inizio dell’anno scolastico, poi deve avere delle regole. Lo statuto degli studenti e delle studentesse che è adottato in molte scuole è stato elaborato da loro stessi, e questa è una strategia interessante perché fa emergere dai ragazzi le soluzioni dei problemi. C’è una strategia di intervento che consiste nell’avvicinare uno alla volta i bulli chiedendo a ciascuno che cosa farebbe per risolvere i problemi di integrazione nella classe di un compagno. Impegnare i ragazzi a riflettere e a trovare una soluzione ad un problema può essere una strategia efficace contro il bullismo.
Si può ricorrere ad altre risorse come, ad esempio, il lavoro in gruppo facendo più gruppi e facendo lavorare assieme il bullo e la sua vittima e come nell’esempio della banda e dell’orchestra far sperimentare loro il lavoro comune per portate a termine un compito. Ma si può pensare anche alla discussione in gruppo, a partire dalla quinta elementare l’età in cui si può manifestare il bullismo, per parlare di quello che succede a scuola, dei problemi che ci sono e con il metodo maieutico far emergere le soluzioni
La scuola deve sperimentare modalità diverse di didattica: oltre alla lezione frontale, lavori in gruppo, discussioni ma in forma sistematica, e deve sondare tutte queste risorse se vuole contrastare in modo efficace il bullismo.



Di chè ti piace anche la pagina Facebook di Anna Oliverio Ferraris
Tags: